Tra me e il mio psicologo non c’è Empatia (per fortuna)

Una delle parole che spesso si nomina quando si parla di professioni legate alle relazioni d’aiuto (psicologo, medico, educatore e affini) è sicuramente l’empatia.

L’empatia sembra essere la chiave di volta per ogni disagio emotivo e sembra essere lo strumento principe per ogni operatore che lavora nel mondo psi.

L’empatia sembra che serva a risolvere i mali del mondo, e chi ne è sprovvisto è tacciato di freddezza e distanza. Con l’empatia lo psicologo-psicoterapeuta dovrebbe aiutare la crescita emotiva del paziente, dovrebbe risolvere i problemi più svariati, dai problemi di ansia ai disturbi di personalità.

 

“Eppure…siamo così sicuri che funzioni così?”

 

Leggendo la letteratura scientifica, spesso, uno dei punti centrali del lavoro dello psicologo sembra risiedere nella capacità di empatizzare del terapeuta. Eppure… qualcosa stride fortemente con la realtà clinica del lavoro di ogni psicologo.

Proviamo a capirci qualcosa di più guardando in maniera critica l’empatia. Come definizione possiamo affidarci a questa descrizione:

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo, in questo modo, emozioni e pensieri.

E’ un termine che deriva dal greco, en-pathos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”.

Cosa ne pensate? Come non apprezzare una persona empatica che si mette nei miei panni? Come non pensare che sia una competenza importantissima per un esperto di aiuto.

E non parlo solo dello psicologo, ma anche del medico, dell’insegnante e perfino del commercialista che mentre mi dice le tasse che devo pagare empatizza con me? Cosa trovo che non vada allora in questa benedetta capacità?

Proviamo ad immaginare una situazione tipica: una donna si rivolge allo psicologo perchè ha perso un figlio al 5 mese di gestazione.

Racconta di provare un grande dolore e che da quando è accaduto sente di aver perso interesse per la vita. E’ una situazione sicuramente dolorosa, ma proviamo a immaginare che lo psicologo (immaginate uno psicologo uomo così risulterà più evidente) provi ad utilizzare l’empatia per aiutare la donna in questione.

Inizierà a sentire il dolore della donna, si immedesimerà nei pensieri ed emozioni di questa persona e nella sua perdita e se è proprio bravo nell’arte dell’empatia magari riuscirà perfino ad affermare “ Capisco bene cosa prova”, con sguardo sofferente e angosciato, pensando che sia cosa buona e giusta riconoscere le emozioni dell’altro come se fossero sue.

Inziate a vedere la stortura dell’empatia?Iniziate a cogliere la dimensione falsa dell’ empatia? Come se è una dimensione falsa che può andare bene quando si ha 5 anni.

Un bimbo di 5 anni è empatico e si identifica con gli altri facendo finta di essere ciò che gli piace. Può far finta di essere un giocatore di calcio bravissimo o può far finta (ovvero come se) di essere il suo papà o la sua mamma.

Al bimbo serve per costruire la sua identità, per esplorare i vari ruoli sociali e va più bene

Ma per chi fa lo psicologo fare finta di provare emozioni che non può conoscere se non per rimando ad altre è una operazione falsa e che è destinata a fallire.

 

“Come può quello psicologo uomo fare come se le emozioni di perdita di un figlio fossero le sue? Come può quello psicologo immedesimarsi in una donna incinta che perde un figlio?”

 

Quando uno psicologo si arroga il diritto di usare l’empatia per lavorare con i pazienti presto o tardi arriverà anche a dire frasi del tipo “Guardi al posto suo farei così”. D’altronde se si è immedesimato, se si è identificato nell’altro, perchè non potrebbe anche suggerire comportamenti o pensieri, già che ci siamo.

E non si tratta di andare a caccia di psicologi che hanno vissuto le nostre stesse esperienze o che hanno le nostre stesse caratteristiche.

Ho visto dare spesso suggerimenti di questo tipo privi di qualunque fondamento:

“vai da uno psicologo uomo perchè ti è mancata la figura paterna, o rivolgiti ad una donna anziana psicologa che ti aiuti a ricostruire il rapporto con tua madre.”

E perchè non andare da uno psicologo che avuto attacchi di panico se si soffre di panico o che ha avuto la depressione e che la ha superata? Chi meglio di lui potrà capirmi? Sembra sensato, nell’ottica dell’empatia, ma se guardate in maniera critica ai problemi psicologici, capirete presto che è privo di senso.

Ed il motivo è solo uno: si va dallo psicolgo non per sfogarsi e farsi capire;

 

“si va dallo psicologo per riflettere sulle proprie fantasie emotive e dare un senso ai propri obiettivi.”

 

La signora che ha perso il figlio non ha bisogno di sfogarsi e di “liberarsi dal dolore”. Sarebbe come dire che se mi rompo una gamba vado dal medico per eliminare il dolore che la frattura mi procura.

Certamente chi si rivolge ad un medico lo fa anche sulla spinta del dolore che prova e che gli segnala che la gamba non “funziona”. Certamente chi si rivolge al medico anche per non provare dolore, ma l’obiettivo principale sarà sempre quello di ripristinare la funzionalità della gamba. Allo stesso modo ci si rivolge allo psicologo non per eliminare il dolore, o la sofferenza.

 

“Si va dallo psicologo per rimettere insieme parti rotte di se stessi, per ricomporre ciò che sembra distrutto per sempre.”

 

La signora probabilmente ha una domanda diversa dal semplice sfogo: si potrebbe sfogare con una amica, con un parente o con il marito. Lei probabilmente ha necessità di uno spazio dove capire cosa le è successo con questa perdita.

Come mai ha messo i remi in barca e ha deciso che con quell’evento nulla valesse veramente la pena di essere vissuto.

Non ha bisogno di una pacca sulla spalla, di sentirsi dire “come la capisco” falsamente, ma di riflettere profondamente sulle sue emozioni e sul modo in cui le organizza. E che ne facciamo dell’empatia? E’ completamente inutile?

Diciamo che l’empatia come competenza a cogliere quello che emozionalmente l’altro sta provando è sicuramente utile.

Anzi, non si potrebbe lavorare senza questa capacità. Quello che invece è la fantasia di essere come l’altro, di metterci nei panni dell’altro, risulta essere la solita fuffa psicologica inutilizzabile che non permette di capirci nulla della vita emotiva delle persone.

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